
(wn24)-Redazione - E' morto Sandro Mazzola, mito del calcio italiano, aveva 83 anni. Il grande campione era figlio di Valentino, fuoriclasse del Grande Torino rimasto ucciso nella tragedia di Superga. Nella sua carriera calcistica ha vinto tutto, entrando nel mito con quella che viene da tutti ricordata come “La Grande Inter”
Davide Dionisi e Roberto Paglialonga – Città del Vaticano
Oggi il cuore nerazzurro conta un battito in meno. Ma sarebbe limitante circoscrivere ai soli confini dei tifosi interisti la vicenda umana e sportiva di Sandro Mazzola, vera e propria icona dello sport italiano e internazionale, amato da tutti e da tutti ricordato con affetto e commozione. Mazzola è morto stanotte, a Milano, proprio nel giorno del compleanno numero 100 del “suo” stadio San Siro-Giuseppe Meazza. I funerali saranno celebrati lunedì 21, alle ore 14.45, nella basilica di Sant’Ambrogio.
Leggenda dell’Inter e del calcio italiano, Sandro era il figlio di Valentino, capitano del “Grande Torino”, vittima della tragedia di Superga nel 1949. Padre e figlio, entrambi rappresentativi di due epoche storiche cruciali per l’Italia: Valentino, quella degli anni Quaranta, quando il Paese viveva sulla propria pelle la brutalità del secondo conflitto mondiale, cercando successivamente di rialzarsi da quelle macerie; Sandro, quella degli anni del rilancio e del boom economico, che riproiettavano il Paese con un ruolo da protagonista sulla scena mondiale.
Mazzola è stato la mezzala di una squadra stellare, in carriera ha vestito solo i colori nerazzurri, per ben 17 stagioni, dal 1960 al 1977. Ha vinto tutto: 4 scudetti, 2 Coppe dei campioni, 2 Coppe intercontinentali, un titolo di capocannoniere in serie A, un titolo di capocannoniere in Coppa dei campioni, entrando nel mito con quella che viene da tutti ricordata come “La Grande Inter”. Con la nazionale Mazzola ha conquistato l’Europeo 1968 e il secondo posto ai Mondiali in Messico nel 1970, venendo apprezzato non solo per le sue straordinarie doti calcistiche, ma anche di dirigente e commentatore: insomma, di uomo di sport a 360 gradi. I messaggi di cordoglio di queste ore testimoniano come Mazzola abbia conquistato la stima e l’affetto di tutto il mondo sportivo, ben al di là di ogni rivalità.
È commovente — e con un sapore profondamente nostalgico — pensare a come è iniziata la storia umana e sportiva di Sandro. E lo è ancora di più oggi, di fronte a un calcio radicalmente cambiato, in cui alla passione sportiva e all’amore per la maglia, si è sostituito il dominio di soldi, diritti tv, sponsor e marketing.
La carriera del “Baffo di tutti” prende le mosse, a Milano, dall’oratorio della basilica di San Lorenzo alle Colonne, in zona Porta Ticinese, dove condivide tempo e gioco, tra gli altri, anche con personaggi come Adriano Celentano e Tony Renis. Rimasto orfano a 6 anni, con il fratello Ferruccio ha raccolto con umile determinazione l’eredità del padre-campione. L’occasione arriva con l’esordio in A, a Torino contro la Juventus, nel 1961, quando Moratti in polemica con Agnelli schierò la squadra Primavera. I bianconeri vinsero 9-1: «Segnai — amava ricordare lo stesso Mazzola — un gol su rigore dopo che la mattina ero stato a scuola, una vettura dell’Inter venne a prendermi dopo le interrogazioni portandomi a Torino. Mia madre non vedeva di buon occhio la mia scelta». Un’occasione nella quale comprese — rivelò poi in un’intervista — che bisogna sempre dare il massimo nella vita come nello sport, anche quando si sa che non ci sono speranze. L’anno dopo Herrera, il suo grande mentore, lo promosse titolare.
Storica la rivalità con Gianni Rivera, avversario con il Milan e co-protagonista delle famigerate “staffette” in nazionale. Una rivalità che fu più che altro alimentata dai media, ma che invece — come lo stesso Mazzola spiegò anche al nostro giornale — celava lontano da telecamere e microfoni un rapporto di profonda stima e anche di genuina amicizia. Proprio con «L’Osservatore Romano», Sandro ebbe modo di collaborare in più occasioni in veste di commentatore, per esempio durante i Mondiali del 2010 e del 2014, facendosi apprezzare per quel savoir faire e quella delicatezza nei giudizi che tutti gli appassionati del pallone gli hanno sempre riconosciuto.