Tecnologie & Curiosità. IA e le sfide del prossimo futuro

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(wn24)-Redazione – ( di Vincenzo Casolani *) C’è una frase pronunciata di recente da Jack Clark — cofondatore di Anthropic, già direttore della policy di OpenAI, laureato in letteratura inglese e giornalista scientifico prima ancora che tecnologo — che vale la pena tenere a mente come una bussola. L’industria dell’intelligenza artificiale, ha detto Clark, ha costruito un potentissimo pedale dell’acceleratore, ma non un pedale del freno altrettanto efficace. È una metafora semplice, quasi banale. Eppure, a pensarci bene, è forse la sintesi più onesta di quello che sta accadendo sotto i nostri occhi.

Siamo abituati a guardare all’intelligenza artificiale come a una tecnologia. Uno strumento, per quanto sofisticato, costruito da esseri umani per risolvere problemi umani. Ma questa visione rassicurante comincia a scricchiolare. Clark ha dichiarato che l’80% del lavoro di programmazione di Anthropic è già svolto dall’IA Claude, e che questa quota potrebbe arrivare al 100% nel giro di un paio d’anni. Non si tratta di un dettaglio tecnico. Si tratta di un salto concettuale: per la prima volta nella storia, una macchina contribuisce in modo determinante alla progettazione della propria generazione successiva. I filosofi del Settecento avrebbero avuto difficoltà a immaginarlo. Noi che lo viviamo facciamo fatica a comprenderlo davvero.

Nel frattempo, Anthropic si prepara a una possibile quotazione in borsa, puntando a una valutazione vicina ai mille miliardi di dollari. E qui emerge quella tensione — morale prima ancora che politica — tra l’accelerazione febbrile del progresso tecnologico e la lentezza, quasi geológica per confronto, con cui le istituzioni umane riescono ad adeguarsi. I test di sicurezza sui sistemi di IA restano volontari negli Stati Uniti. L’Europa ha varato l’AI Act, ma la sua applicazione è ancora in gran parte teorica. Il mondo corre; il diritto cammina.

Il caso più emblematico di questa stagione è forse quello di Claude Mythos Preview, il modello che Anthropic ha svelato il 7 aprile 2026 e che ha scelto deliberatamente di non rendere pubblico. Si tratta di un modello general-purpose che ha raggiunto un livello di competenza nella programmazione tale da superare, nella ricerca e nello sfruttamento delle vulnerabilità informatiche, tutti tranne i più abili specialisti umani. Non è stato addestrato per scopi offensivi: è la sua straordinaria intelligenza generale a renderlo potenzialmente pericoloso. Come un chirurgo che conosce l’anatomia umana tanto bene da poter tanto guarire quanto uccidere.

Anthropic ha risposto lanciando il Project Glasswing, una coalizione che comprende Amazon Web Services, Apple, Microsoft, Google, Cisco, NVIDIA e altri giganti tecnologici, impegnati a utilizzare Mythos Preview a fini esclusivamente difensivi: scansionare i codici sorgente delle infrastrutture critiche mondiali per trovare e correggere le vulnerabilità prima che qualcun altro possa sfruttarle. In poche settimane, i partner del progetto hanno già identificato oltre diecimila falle di sicurezza ad alta o critica gravità in alcuni dei software più sistemicamente importanti al mondo. È un risultato straordinario. È anche, al tempo stesso, la misura di quanto fragile fosse quella sicurezza su cui tutti facevamo affidamento.

Non siamo più, dunque, di fronte a un semplice avanzamento tecnico. Siamo di fronte a uno spostamento del potere: chi controlla i modelli più avanzati controlla infrastrutture, informazioni, capacità operative che nessun esercito tradizionale possiede. E la domanda su chi debba esercitare quel controllo — le aziende private, i governi, organismi internazionali ancora da inventare — resta senza risposta convincente.

Ai sognatori — e chi scrive si riconosce tra loro — piace immaginare un futuro in cui questa potenza tecnologica venga finalmente messa al servizio del benessere collettivo: un mondo in cui il lavoro ripetitivo e degradante sia delegato alle macchine, in cui le risorse siano distribuite con più equità, in cui gli esseri umani abbiano finalmente tempo per coltivare se stessi, le proprie relazioni, il proprio sapere. È un futuro possibile. Ma, guardando il panorama politico mondiale, è difficile sostenere che sia quello verso cui stiamo andando. Guerre, crisi climatiche, derive autoritarie, populismi che prosperano sull’ignoranza: lo scenario a cui la storia ci ha abituati non sembra intenzionato a cambiare per il solo fatto che è arrivata una tecnologia nuova.E allora il rischio concreto è che questa nuova era dell’intelligenza artificiale si sommi alle inquietudini già esistenti senza risolverne nessuna — anzi, amplificandole. Un’IA addestrata per scopi criminali o militari non è una fantasia distopica: è già una realtà documentata. La domanda non è se accadrà. È chi avrà il 

coraggio — politico, industriale, culturale — di costruire quel pedale del freno di cui Clark parla, prima che l’acceleratore ci porti dove non avevamo pensato di andare.

Vincenzo Casolani *

Divulgatore scientifico esperto di ambiente e nuove tecnologie


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